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Precarietà è una parola che da anni rimbomba nella testa di tutta una generazione di cosidetti Millenials, cresciuti tra contratti di lavoro instabili e un futuro incerto.

Pensate invece quanto gliene potesse fregare poco della precarietà a quel nutrito gruppo di persone che, intorno all’anno 1000, decise di edificare un paese su uno sperone roccioso alle pendici dell’ Aspromonte.

Il nome che scelsero avrebbe dovuto farli desistere, difatti ROGHUDI secondo gli studiosi dovrebbe derivare da “Ruhadi“, descrittivo di un luogo molto ventoso o, più probabilmente, dal greco rhogodes (“pieno di crepacci”) o da rhekhodes (“aspro”).

La scena sarà stata più o meno così:

Abitante1: “Wow, trasferiamoci su quello sperone roccioso pieno di crepacci, dove soffia quel vento fortissimo, su quella sporgenza lì a forma di zoccolo di gnu!*”

Abitante2: “Siamo sicuri? c’è un posto qua vicino pianeggiante, in riva al mare, buon cibo, clima mite… non sarebbe meglio lì?

Abitante1:”Eh ma vuoi mettere l’avventura?! l’experience?”

Abitante2: “ok, ma con i bambini come facciamo ? dove giocheranno ?”

Abitante1: “Nessun Problema, ho dei chiodi e una corda”

Per quanto oggi possa sembrare surreale, passeggiando per le vie di Roghudi vecchio, è possibile notare alcuni grossi chiodi fissati alle case. Si dice che a questi chiodi, fossero fissate delle corde che venivano legate alle caviglie dei più piccoli, per evitare che cadessero dagli altissimi dirupi presenti praticamente ovunque.

Roghudi Vecchio oggi è uno dei tanti borghi fantasma, ma è stato abitato stoicamente ed in equilibrio precario fino al 1973 anno in cui fu abbandonato in seguito ad all’ennesimo alluvione. Come ogni borgo fantasma che si rispetti, Roghudi vecchio è al centro di racconti folkloristici da mettere i brividi, che molto probabilmente vi racconteremo nelle prossime copertine. Per ora, per chi non lo avesse ancora fatto, andate a visitare questo suggestivo pezzo di Calabria.

Artwork Compare Luca Grassi

Testo Compare Giuseppe Talarico

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21×30, 30×40, 50×70

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